Gold Tips 4 min di lettura
Oncia, grammo, carato: le tre misure dell'oro
Un'oncia troy non è un'oncia qualsiasi, e un carato non è una quantità ma una proporzione. Le unità del mercato dell'oro, e come si passa da una quotazione al prezzo di un pezzo.
Chi si avvicina all’oro incontra subito tre unità che sembrano intercambiabili e non lo sono: l’oncia, il grammo e il carato. Le prime due misurano un peso, la terza misura una proporzione — e confonderle è il modo più rapido per non capire un preventivo.
L’oncia troy, che non è l’oncia della cucina
Il mercato internazionale quota l’oro in once troy. Una di esse pesa 31,1034768 grammi, arrotondati a 31,1 in quasi tutti i calcoli.
Non va confusa con l’oncia del sistema anglosassone comune — quella avoirdupois, usata per gli alimenti — che ne pesa 28,35. La differenza è di quasi il 10%: applicarla per sbaglio a un lingotto significa sbagliare il conto di tre grammi ogni oncia.
Il nome viene da Troyes, città della Champagne che nel Medioevo ospitava una delle fiere commerciali più importanti d’Europa. Il sistema di pesi nato lì divenne il riferimento della monetazione inglese e fu adottato dalla zecca degli Stati Uniti nel 1828. È rimasto in uso solo per i metalli preziosi, ed è il motivo per cui l’oro si pesa ancora con un’unità medievale.
Dalla quotazione al prezzo di un pezzo
La conversione è una divisione, e vale la pena saperla fare da soli.
Il prezzo pubblicato è in dollari per oncia troy. Per ottenere il prezzo al grammo si divide per 31,1035. Per averlo in euro si divide ancora per il cambio euro-dollaro del momento.
Un esempio con numeri tondi. Con l’oro a 4.400 dollari l’oncia e un cambio di 1,10 dollari per euro: 4.400 diviso 31,1035 fa circa 141,5 dollari al grammo; diviso 1,10 fa circa 128,6 euro al grammo. Un lingotto da dieci grammi vale quindi intorno ai 1.286 euro di metallo, a cui va aggiunto il margine dichiarato dell’operatore.
Il carato non pesa niente
Il carato non misura una quantità di metallo: misura quanta parte di una lega è oro puro. La scala arriva a 24, e ogni carato vale un ventiquattresimo del totale, cioè poco più del 4%.
Da qui la corrispondenza con i millesimi, che è la notazione usata dal mercato dell’investimento:
- 24 carati — 999 o 999,9 millesimi. Oro praticamente puro. È la forma dei lingotti e delle monete da investimento.
- 22 carati — 916 millesimi. Il titolo storico delle monete d’oro: la sterlina, il Krugerrand, il marengo.
- 18 carati — 750 millesimi. Il titolo della gioielleria di qualità, quello che si legge sui gioielli italiani.
- 14 carati — 585 millesimi. Diffuso soprattutto fuori dall’Italia.
- 9 carati — 375 millesimi. Poco più di un terzo di oro; di tradizione britannica.
La formula per passare dagli uni agli altri è banale: carati diviso 24. Diciotto diviso ventiquattro fa 0,75, cioè 750 millesimi.
Perché la gioielleria non è oro puro
Non è un risparmio del produttore: l’oro a 24 carati è troppo tenero per essere indossato. Un anello di oro puro si deforma con l’uso normale. Le leghe con rame, argento, palladio o zinco servono a dargli durezza — e il colore, perché è il metallo aggiunto a decidere se l’oro sarà giallo, rosso o bianco.
Il confine che conta, per la legge italiana
Per essere oro da investimento, e quindi esente da IVA ai sensi della Legge 7/2000, un lingotto deve avere una purezza pari o superiore a 995 millesimi e un peso superiore a un grammo; una moneta deve essere almeno a 900 millesimi, coniata dopo il 1800 e aver avuto corso legale nel paese d’origine.
Sotto quelle soglie non si tratta di oro da investimento ma di oreficeria o di rottame, con un trattamento fiscale diverso e un prezzo di riacquisto che sconta la lavorazione. È la ragione per cui un braccialetto a 18 carati e un lingotto non si confrontano al grammo: il primo contiene tre quarti di oro, e la sua fattura conteneva anche il lavoro dell’orafo.