Gold History 4 min di lettura
L'oro in Italia: dal monopolio del dopoguerra alla legge del 2000
Fino al 17 gennaio 2000 un risparmiatore italiano non poteva comprare un lingotto. La legge che lo ha reso possibile è la stessa che oggi lo esenta dall'IVA.
C’è un fatto che sorprende quasi tutti quelli che lo sentono per la prima volta: comprare un lingotto d’oro, in Italia, è legale soltanto dal 2000. Prima non lo era, e la ragione non ha nulla a che vedere con la criminalità.
Cinquantacinque anni di monopolio
Dal secondo dopoguerra il commercio dell’oro in Italia era riservato: il monopolio apparteneva all’Ufficio Italiano dei Cambi, l’ente che sorvegliava i movimenti valutari. Un privato poteva acquistare oro greggio destinato a essere lavorato — la filiera orafa italiana è fra le più grandi d’Europa — ma non oro da investimento da tenere per sé.
Non era un’anomalia italiana. Era la logica del controllo dei cambi del dopoguerra: in un sistema in cui la valuta era ancorata al dollaro e il dollaro all’oro, lasciare che i privati accumulassero metallo significava lasciare che aggirassero i vincoli sui movimenti di capitale.
Il vincolo sopravvisse alla fine di Bretton Woods di ventinove anni.
Un episodio che spiega perché lo Stato ci teneva
A metà degli anni Settanta l’Italia attraversò una crisi valutaria severa e ottenne dalla Bundesbank tedesca un prestito di due miliardi di dollari, dando in garanzia una parte consistente delle proprie riserve auree. L’oro non fu venduto, e il prestito fu restituito — ma quel prestito fu possibile soltanto perché quell’oro esisteva.
È il motivo per cui, in cinquant’anni di dibattiti, nessun governo lo ha mai realmente toccato.
La legge 7 del 17 gennaio 2000
La svolta arriva per via europea: la direttiva del 1998 che armonizza il trattamento dell’oro da investimento va recepita, e l’Italia lo fa con la legge n. 7 del 17 gennaio 2000, «Nuova disciplina del mercato dell’oro». In poche pagine, quella legge fa quattro cose.
Abolisce il monopolio: chiunque può acquistare, detenere e vendere oro da investimento.
Ne dà una definizione precisa, che è quella tuttora in vigore: lingotti o placchette di peso accettato dal mercato e superiore a un grammo, con purezza pari o superiore a 995 millesimi; monete di purezza pari o superiore a 900 millesimi, coniate dopo il 1800, che abbiano o abbiano avuto corso legale nel paese d’origine.
Introduce l’esenzione dall’imposta sul valore aggiunto per l’oro da investimento, allineando l’Italia al resto dell’Unione.
E istituisce la figura dell’operatore professionale in oro, che deve comunicare la propria attività alla Banca d’Italia ed è tenuto a dichiarare le operazioni di importo pari o superiore a dodicimila cinquecento euro.
Le riserve della Repubblica
L’Italia detiene circa 2.452 tonnellate di oro, poco meno di centomila lingotti. È il terzo paese al mondo dopo Stati Uniti e Germania — il quarto detentore in assoluto, se si conta anche il Fondo Monetario Internazionale.
Non sta tutto in Italia, e non per caso: poco meno della metà è custodita a Roma, nei caveau di via Nazionale; circa il 43% è depositato presso la Federal Reserve di New York; il resto è diviso fra la Banca d’Inghilterra e la Svizzera. La distribuzione riflette in parte dove l’oro fu acquistato e in parte una scelta di diversificazione: le riserve di un paese non si tengono tutte in un edificio.
Un dettaglio che torna nel dibattito pubblico ogni volta che i conti pubblici si tendono: quelle riserve appartengono alla Banca d’Italia, non al Tesoro, e le regole europee sull’indipendenza delle banche centrali ne impediscono l’uso per finanziare la spesa dello Stato.
Perché vale la pena saperlo
Perché il quadro giuridico dentro cui un risparmiatore italiano compra oggi un lingotto ha venticinque anni, non è eterno, e non è nato per caso: è il risultato di una direttiva europea e di una legge nazionale che si possono leggere in mezz’ora. Sapere quale norma rende possibile una cosa è il modo più semplice per accorgersi quando qualcuno la racconta male.