Gold Insight 4 min di lettura
Quanto oro tenere in portafoglio
La forchetta più citata è fra il 5 e il 10%. Da dove viene quel numero, che cosa non dice, e perché in Italia il conto va rifatto da capo.
È la domanda più frequente di chi si avvicina all’oro, e ha una caratteristica scomoda: la risposta più diffusa è anche quella meno utile, perché è una media calcolata su qualcun altro.
Da dove viene il «5-10%»
La forchetta più citata dalla letteratura sull’allocazione è quella fra il cinque e il dieci per cento del patrimonio finanziario. Non nasce da una previsione sul prezzo: nasce dall’osservazione che l’oro ha una correlazione bassa — a tratti negativa — con azioni e obbligazioni, e che una quota contenuta di un attivo poco correlato riduce l’oscillazione complessiva del portafoglio più di quanto ne riduca il rendimento atteso.
È lo stesso ragionamento per cui le riserve ufficiali contengono oro: non per quanto rende, ma per come si muove rispetto al resto.
Le tre fasce, e che cosa presuppongono
Intorno al 5%. Una diversificazione leggera, che non cambia la struttura del portafoglio e serve soprattutto a non essere del tutto scoperti. È la scelta di chi considera l’oro un’assicurazione, non una posizione.
Fra il 5 e il 10%. La fascia più citata. Presuppone un portafoglio già diversificato su altre classi di attivo, e un orizzonte lungo abbastanza da assorbire fasi di stallo pluriennali.
Oltre il 10%. Ha senso quando l’obiettivo dichiarato è la conservazione del capitale più della sua crescita, e quando chi decide accetta consapevolmente che una parte importante del patrimonio non produrrà né cedole né dividendi.
Le quattro variabili che spostano il numero
L’orizzonte, prima di tutto: sotto i cinque anni la percentuale conta meno del momento in cui si entra.
La tolleranza alle oscillazioni, che si misura su quello che si è fatto nell’ultima discesa, non su quello che si pensa di poter sopportare.
L’età e la fase di vita, perché una riserva costruita a trent’anni e una costruita a sessantacinque rispondono a due domande diverse.
E la composizione di ciò che si possiede già — che in Italia è la variabile decisiva.
Le due avvertenze che raramente si leggono
Diffida delle percentuali alte suggerite da chi vende. Un operatore che consiglia di tenere in oro un terzo del patrimonio non sta facendo un’analisi di portafoglio: sta facendo il proprio interesse. La letteratura indipendente si muove in una fascia stretta, e il motivo per cui è stretta è che oltre una certa quota il beneficio di diversificazione smette di crescere.
Una percentuale scelta e mai più guardata non esiste. Se l’oro raddoppia mentre il resto resta fermo, la quota che avevi fissato al 7% è diventata il 13% senza che tu abbia deciso niente. Mantenere un’allocazione richiede di riportarla dov’era ogni tanto: vendendo un po’ di ciò che è salito, comprando un po’ di ciò che è rimasto indietro. È la parte noiosa, ed è quella che fa la differenza fra un’allocazione e una collezione.
La risposta onesta
Non esiste una percentuale giusta valida per tutti, e chiunque la fornisca senza conoscere orizzonte, patrimonio e reddito di chi ha davanti sta indovinando. Esiste invece una domanda giusta, e viene prima: quale parte del mio patrimonio deve poter attraversare un decennio brutto senza dipendere dai risultati di nessuna azienda e dalla solvibilità di nessun emittente? La percentuale è la conseguenza di quella risposta, non il suo sostituto.
Questo articolo descrive criteri generali di allocazione e non costituisce una raccomandazione personalizzata. I rendimenti passati non sono indicativi dei rendimenti futuri.